La lama gli penetrò il petto e si insinuò tra la clavicola e lo sterno
con un suono simile a quando si taglia un’anguria d’estate. Eppure, neanche in
quel momento il suo volto lasciava trapelare il minimo turbamento. Gli occhi
esprimevano piuttosto una fiera sicurezza: la sbruffonaggine che lo
contraddistingueva non doveva essere stata il risultato di un atteggiamento
difensivo assunto arbitrariamente per nascondere delle paure dietro a un’aria
da maschio alfa, ma piuttosto una genuina forza interiore dovuta a una cieca
fiducia nelle proprie capacità. Non si finisce proprio mai di conoscere qualcuno, pensò
lei.
A questa fierezza subentrò presto una sorta di compiaciuta impassibilità. Si
mise a sedere come rassegnato e con le mani le strinse i polsi, ma non sembrava
cercasse di rimuovere la lama da dentro il corpo né voleva impedirle di
spingerla più a fondo nella ferita. Piuttosto, almeno lei interpretò così
quella sua apparente calma, la teneva stretta a sé come se sentisse il bisogno
di un ultimo contatto umano, come se non volesse affrontare da solo l’eventuale
viaggio verso l’ignoto. Il terrore pareva avergli paralizzato il volto e sembrava
lo avesse spinto a cercare la complicità di qualcuno, magari una mano disposta
a guidarlo, anche se non ebbe sorte migliore che affidarsi a quella della sua
carnefice. Per un attimo lei cinicamente sorrise, certa oramai della sua
vittoria.
In passato i due fratelli avevano avuto un’affinità tale che le altre
persone non avrebbero potuto neanche immaginare. Se per esempio, lui,
monozigote nato esattamente tre minuti prima della sorella, stava vicino al
camino e lei in un’altra stanza, quest’ultima difficilmente avrebbe sentito
freddo.
Tuttavia, circa un anno prima di quel fatidico giorno accadde che durante
una vacanza al mare suo fratello si allontanò dalla riva per affrontare i
cavalloni generati dal forte vento di quell’ultimo giorno d’estate. "Tipico
atteggiamento da sbruffone", pensò lei osservandolo dalla riva con un pizzico di
ammirazione. Lui aveva molti amici ed era un tipo ridanciano, lei al contrario era
sempre stata la più introversa. Stravedeva per suo fratello, lo amava così com’era
e anche quei suoi difetti, in fondo, le sembravano una benedizione. A un certo
punto, mentre il ragazzo si era spinto al largo fu colto da un improvviso
malore e si ritrovò a lottare con la corrente che lo tirava sott’acqua verso
una morte praticamente certa. Fortunatamente, un bagnante impavido riuscì a
sottrarlo ai flutti e lo riportò a riva. Una volta fuori dall’acqua, tentò per
qualche minuto di rianimarlo finché finalmente il giovane riprese conoscenza.
La folla di astanti fino a quel momento non aveva notato che la ragazza per
tutto il tempo era rimasta accovacciata sulla sabbia senza proferire una sola
parola ed aveva lo sguardo fisso nel vuoto. Quando finalmente rinvenne, urlò
terrorizzata. Fu un urlo quasi inumano, come se la voce giungesse direttamente
dallo stomaco. La giovane non seppe spiegare l’accaduto né ricordava
esattamente che cosa le passò per la testa in quei lunghissimi minuti in cui il
fratello aveva lottato tra la vita e la morte.
Come se nulla fosse, con un ultimo sforzo, lui le sorrise. Che sciocca
era stata! Aveva frainteso i suoi gesti fino a quel momento accreditandoli a
una debolezza risolutiva. Lui, in realtà, non aveva nessuna paura della morte,
anzi la affrontava a testa alta. Non stava cercando nessun aiuto e tanto meno una
mano che gli facesse da guida. La totale assenza di timore lo aveva reso
stoicamente e, almeno metaforicamente, impenetrabile.
Assecondandola nella propria uccisione si stava comportando da uomo e da
fratello amorevole. Fu in quel momento che tutta l’ira e la foga che avevano
diretto la mano della ragazza fino a poco prima scemarono di colpo e lei si
sentì completamente persa. La testa le girava e per qualche secondo non vide
più nulla. Lui, al contrario, aveva in sé una forza per lei anche solo
inimmaginabile. Persino dopo aver ricevuto un fendente d’acciaio che gli aveva
squarciato il grande pettorale sinistro e trafitto il cuore si dimostrava più
caparbio di quanto molti altri uomini non lo erano mai stati in tutta la loro
vita. Quando se ne rese conto la presa di lei vacillò e lasciò cadere il
coltello. Subito, lui scivolò all’indietro finché con un lieve tonfo la sua
schiena toccò terra. Oramai non la teneva più per i polsi, ma stringeva la parte
esterna dell’arma fratricida. Lei, nonostante il tentennamento, non fu colta da
alcun senso di colpa per il bieco gesto che aveva compiuto, ma sentì solo un’improvvisa
stanchezza. Poco dopo, un forte senso di vuoto la invase mentre digrignando i
denti osservava il fratello dall’alto verso il basso e il suo soffio
vitale si faceva sempre più debole.
Dopo quel sinistro incidente in spiaggia la ragazza aveva cambiato completamente
attitudine verso la famiglia e soprattutto verso il fratello. L’astio contro di
lui era tanto immotivato quanto incontrollabile e il suo attaccamento alla vita era divenuto pressoché inesistente. Sembrava sempre più spesso assente e non reagiva
agli stimoli che l’esistenza offre agli individui della sua età. Completamente
isolata e refrattaria alle attenzioni della famiglia arrivò persino a tentare
il suicidio.
La famiglia, disperata, la affidò a uno psicologo il quale dopo diverse
sedute decretò che la ragazza probabilmente soffriva di schizofrenia acuta e
disturbi della personalità e visto che la giovane era piuttosto restia a
comunicare, il medico decise di ricorrere all’ipnosi. Non fu mai ben chiaro cosa successe
durante quella cruciale seduta, ma lo specialista rifiutò categoricamente di
incontrare di nuovo la sua paziente dopo che questa, in un momento di apparente
catalessi, lo attaccò a morsi ferendolo gravemente al volto. L’uomo dichiarò in
seguito di non riuscire a spiegarsi come una ragazza così esile potesse avere
una forza e una velocità simili tanto da coglierlo completamente di sorpresa.
Per giunta, la giovane in quel periodo parve sviluppare un notevole talento
nella diplofonia e spesso era stata vista dalla famiglia mentre parlava tra sé
e sé imitando perfettamente due voci diverse. Se qualcuno avesse udito uno di
questi monologhi da un’altra stanza avrebbe potuto pensare che un uomo e una
donna stessero discutendo animatamente tra di loro.
L’unico consiglio che lo psicologo si sentì di dare alla famiglia prima
di dare definitivamente forfait fu quello di cercare di comprendere quali
persone stesse frequentando la ragazza. Da uno dei fugaci colloqui con la
giovane, aveva avuto l’impressione che doveva era stata plagiata da qualcuno poiché
considerava il fratello come un nemico mortale.
Il diario della fanciulla che fino a poco prima era dedicato a pensieri
rosei e aspettative tipiche delle giovani della sua età cominciò a tingersi di
racconti di una passione innaturale e morbosa. La giovane descriveva in quelle
pagine il sentimento che provava nei confronti di un lui misterioso. Grazie
alla curiosità del fratello la famiglia poté darvi un’occhiata e formulare
congetture su questo peculiare amante. Quando affrontata direttamente dai familiari e
interrogata sulla questione la ragazza giurò di non ricordare di aver scritto
quelle righe e anche l’ortografia utilizzata sembrava non appartenere
all’innocente ragazzina. Nel diario non veniva fatto alcun nome, ma l’autrice
di quelle riflessioni descriveva l’innamoramento ossessivo per un uomo che le
aveva fatto perdere la testa. Spesso si rivolgeva a lui direttamente e sembrava
programmasse una fuga d’amore poiché sulla carta prometteva spesso che lo
avrebbe raggiunto al più presto. A quanto pare i due si erano visti solo in un’occasione
e la ragazza sembrava determinata a rivederlo al più presto.
Era la mattina del primo giorno d’autunno e suo fratello sedeva davanti casa.
Era passato un anno esatto da quando l’uomo era apparso nella vita della
giovane e l’aveva sedotta. Le aveva ordinato di uccidere il fratello perché,
sosteneva l’uomo, sarebbe stato d’impiccio al loro amore. La ragazza, accecata
da una passione innaturale e ultraterrena, acconsentì a quella folle richiesta.
Aveva passato un anno sognando il suo amante tutte le notti. Lui le sussurrava
frasi d’amore in una lingua che lei era convinta di non aver mai sentito, ma
che comprendeva alla perfezione. La sua figura, altissima e slanciata, la
dominava e lei in quelle notti passate con lui si sentiva protetta e in
pericolo allo stesso tempo. La vita quotidiana non sembrava aver più alcun
senso per lei, voleva soltanto poter stringere di nuovo il suo lui, voleva
poterlo sentire vicino come nel giorno del loro primo incontro in spiaggia. Esisteva
soltanto un modo perché questo potesse avvenire.
L’atto era stato compiuto e il sacrificio ultimato. Lei se ne stava
seduta con lo sguardo fisso nel vuoto davanti al cadavere del fratello e
sebbene avesse un’espressione impassibile e gli occhi persi nel nulla accennò
un sorriso a mezza bocca. Tuttavia, dopo all’incirca tre minuti anche la
ragazza cadde a terra come fulminata e accarezzando con un ultimo lieve gesto
il volto del fratello chiuse gli occhi per sempre. Nonostante tutto, continuava
a sorridere.
Un uomo alto e vestito di nero aveva assistito da lontano alla scena. Si
avvicinò ai due corpi senza vita e li sollevò entrambi senza alcuno sforzo. Anch’egli,
sebbene scuro in volto, accennò un sorriso.